Wired Italia ha chiuso proprio mentre i temi che aveva raccontato per 17 anni - IA, scienza, clima, spazio, diritti digitali, cultura tecnologica - diventavano più concreti, più politici e più quotidiani. Non ho intenzione di imitarla, ma voglio provare a non lasciar cadere nel vuoto le domande che ci ha affidato. Perché il futuro siamo noi. Per questo motivo ora esiste Cronache dal Futuro qui nello Scriptorium Aeternum.
Io aprivo questo spazio, mentre loro invece chiudevano
Il 30 giugno, quando ho letto il loro ultimo editoriale, ho scritto su LinkedIn una frase molto più breve di questo articolo:
"Io apro... mentre loro chiudono. Mi mancheranno, ma non posso che augurare loro buon viaggio."
Lo Scriptorium, nella forma che stavo aprendo al pubblico, era appena nato. Avevo costruito il sito e pubblicato i primi testi, cominciato a rimettere sotto lo stesso nome anni di scrittura, software, lavoro tecnico, progetti e idee che fino ad allora avevano vissuto in luoghi separati. Una settimana dopo, Wired Italia pubblicava il suo ultimo editoriale.
La coincidenza mi è sembrata enorme, ma si sa: i Segni li vediamo solo dove vogliamo vederli. E infatti nient'altro accomunava questo progetto nascente con quello che, in punta di piedi, si concludeva: da una parte c'era una redazione con diciassette anni di storia; dall'altra una persona davanti al proprio computer, con tre (TRE!) articoli online e molto materiale ancora da sistemare. Non c'era nessun annuncio da fare, non c'era nemmeno un'idea "still brewing", ma soltanto un Lettore che vedeva chiudere un luogo importante proprio mentre provava ad aprirne uno suo.
All'inizio mi è bastato salutare, come a voler rendere un tributo che sarebbe stato letto da... qualcuno, non so bene chi. Poi ho letto e riletto con attenzione l'editoriale di Wired e ho capito che il mio saluto non chiudeva davvero il discorso. Non per me.
E ci ho riflettuto, finché un'idea nuova si è fatta strada: l'eredità di Wired Italia non dovrebbe andare persa, una parte di quell'eredità può ancora essere raccolta!
Prima di omaggiare Wired Italia, facciamo il punto (come avrebbero voluto loro)
La chiusura non è arrivata a sorpresa il 30 giugno: era stata annunciata il 16 aprile da Roger Lynch, amministratore delegato di Condé Nast, all'interno di un aggiornamento più ampio sul portafoglio del gruppo. Aggiornamento che, ovviamente, io non avevo letto immerso nelle mie cose da fare. Nel documento si parlava di Wired Italia insieme a Self e ad alcune edizioni di Glamour: considerate nel complesso, quelle attività rappresentavano poco più dell'uno per cento dei ricavi del gruppo ed erano descritte come non redditizie. Per Wired Italia, in particolare, Condé Nast scriveva che l'edizione non aveva tenuto il passo con la crescita degli altri mercati internazionali. ^1
Il dato dell'uno per cento non riguardava Wired Italia da sola, ma l'insieme delle attività coinvolte nella riorganizzazione. Resta il fatto che un progetto culturale può avere una storia lunga (ben 17 anni), un pubblico fedele e un peso riconosciuto nel proprio Paese, ma... la sua sopravvivenza dipende comunque dalle priorità economiche di chi lo possiede.
Sarebbe facile scrivere che Wired Italia sia stata uccisa dall'intelligenza artificiale, funzionerebbe molto bene come titolo clickbait. Eppure sarebbe sbagliato. La redazione di Wired l'avrebbe scritto? No, non credo. E non lo scriverò io.
Nel suo memo Lynch citava l'AI parlando della riorganizzazione tecnologica interna di Condé Nast; per la chiusura delle testate richiamava redditività, crescita e allocazione degli investimenti. Queste questioni appartengono allo stesso momento storico, ma non per questo costituiscono una causa dimostrata e un effetto.
Il 20 giugno è arrivato in edicola il numero 117, l'ultimo stampato. S'intitolava "L'Italia che verrà" e raccontava dieci storie di persone scelte in campi che Wired aveva seguito per anni: robotica, cybersicurezza, spazio, scienza, economia, cultura, clima e istruzione. Non era un numero concentrato sulla propria fine: guardava avanti, guardava al futuro a testa alta, mentre l'editore aveva già deciso che non ce ne sarebbe stato un altro. ^2
Il 30 giugno il sito ha smesso di essere aggiornato. L'ultimo editoriale, firmato dal direttore Luca Zorloni, non ricostruiva la storia della testata e non chiedeva al lettore di fermarsi davanti a una lapide. Parlava a qualcuno che sarebbe arrivato dopo. Gli affidava gli archivi ed anche una serie di domande: i robot sono diventati nostri colleghi di lavoro e compagni di vita? Abbiamo limitato le catastrofi climatiche e restituito Vita al pianeta? Siamo tornati sulla Luna? Ma anche: abbiamo capito che la sorveglianza riguarda anche chi pensa di non avere nulla da nascondere? Stiamo usando l'intelligenza artificiale per il bene comune? Abbiamo recuperato fiducia nella scienza? E persino: come sono le nostre case? Cosa mangiamo? Dove viaggiamo? ^3
L'editoriale non lasciava però che l'eco di quelle domande si spegnesse nel silenzio, e infatti, quasi testualmente, affermava: "Quello che stai percorrendo non è un mausoleo, uno spazio di echi e di silenzi. A suo modo, è un luogo ancora vivo, abitato dalla curiosità e dalla ricerca della verità." E in queste parole io ho rivisto il mio Scriptorium Aeternum.
La lettera terminava con una frase semplice: "Il viaggio nel futuro continua". Ed è lì che il loro messaggio ha smesso di essere soltanto un addio. È lì che ho sentito anch'io un'eco provenire dalle profondità dello Scriptorium, come se mille anime curiose, rimaste improvvisamente senza casa, chiedessero a gran voce un luogo in cui continuare a coltivare le domande, inseguire la verità e interrogare il futuro. ^3
Che cosa mi manca di Wired Italia
Wired ha cambiato direttori, formati, frequenza, linguaggi e priorità. È stata una rivista mensile, un sito di notizie, un bookazine trimestrale, un festival, un produttore di video e podcast. Ridurre tutto a uno stile unico non renderebbe giustizia a nessuna di queste mutazioni.
Mi manca però ciò che ha accomunato ogni cambiamento di Wired: la libertà che dava al lettore, quella di considerare tecnologia, scienza e cultura come parti della stessa conversazione.
Un articolo poteva partire da un processore e arrivare al lavoro; da un satellite e finire sulla geopolitica; da una piattaforma digitale e interrogare il diritto; da un videogioco e parlare di memoria, linguaggio o identità. Non sempre il collegamento riusciva allo stesso modo, ma la domanda di fondo restava riconoscibile: che cosa cambia, per le persone, quando cambia lo strumento con cui vivono?
Per me quella libertà aveva un valore particolare. Ho passato la vita a muovermi fra ambiti che sulle presentazioni professionali vengono tenuti separati: macchine e software, analisi dei processi e scrittura, formazione e produzione, etichette, alimentazione, comunicazione, contratti, libri. Negli anni sono cambiati strumenti, ruoli e contesti; è rimasta la tendenza a cercare il punto in cui pezzi diversi smettono di essere frammenti e diventano un sistema. È lo stesso metodo con cui oggi costruisco lo Scriptorium e con cui affronto problemi molto concreti, dal lavoro ai contenuti utili per il mio quartiere. Wired mostrava e dimostrava che attraversare territori diversi non significa necessariamente essere confusi. A volte è l'unico modo per vedere il sistema intero.
È questo ciò che mi manca!
La lettera di addio non chiedeva previsioni
La tentazione, davanti alle domande dell'ultimo editoriale, è preparare una serie di risposte nette. L'AI è questo. Il clima andrà così. I robot faranno quello. La Luna servirà a quell'altro. È il modo più rapido per sembrare sicuri e il meno affidabile per parlare del futuro.
Le domande di Wired non chiedevano una gara di profezie, chiedevano a chi sarebbe arrivato dopo di guardarsi attorno e verificare dove ci avessero portato le scelte del presente.
C'è un momento che nello Scriptorium ho chiamato il Maglio della consapevolezza: è il momento in cui qualcosa diventa abbastanza evidente ai nostri occhi da renderci impossibile continuare come prima; è una consapevolezza precisa. Certo, non ci dice dove finirà il nostro viaggio e non ci garantisce che quanto stiamo costruendo oggi, o la direzione intrapresa, sarà un qualcosa di definitivo... però ci fa capire che, dopo aver visto, non puoi fingere di non aver visto.
Io arrivo qui, in questo punto del viaggio di Wired Italia, non arrivo dopo vent'anni ma dopo poco più di un mese... il paesaggio non è abbastanza cambiato da permettermi di rispondere da quel futuro immaginato dalla Redazione, ma posso fissare un'immagine del punto in cui ci troviamo ora. Ed è già sufficiente per capire che quasi nessuna di quelle questioni appartiene più solo a una rubrica per appassionati di tecnologia.
L'intelligenza artificiale è già entrata nel lavoro comune
Non servono robot umanoidi in ogni ufficio per dire che le macchine e i sistemi artificiali sono già diventati nostri colleghi: l'intelligenza artificiale è entrata nel lavoro comune senza presentarsi alla reception, spesso sotto forma di un pulsante accanto al cursore. In molti uffici, scuole e studi professionali si usano già sistemi generativi per una ricerca, una traduzione, una prima stesura, una porzione di codice, la sintesi di un documento o la selezione di informazioni. Spesso questi sistemi vengono usati senza sapere quali dati abbiano alimentato il modello, quali errori possa produrre o dove finisca il materiale che gli viene consegnato. Per non parlare dei modelli agentici.
La domanda sul bene comune, quindi, non riguarda un'applicazione futura che un giorno potrebbe essere inventata. Riguarda i criteri con cui stiamo inserendo questi sistemi nelle scuole, negli uffici, nella pubblica amministrazione, nella sanità, nell'informazione e nei processi decisionali. Chi può contestare un risultato? Chi risponde quando è sbagliato? Quale lavoro viene alleggerito e quale viene reso più fragile? Quali capacità perdiamo quando deleghiamo troppo e troppo presto?
Finché pochi soggetti privati controlleranno i modelli, l'infrastruttura e le condizioni di accesso, l'intelligenza artificiale potrà essere utile a molti, ma non potrà essere definita con serietà un bene comune. Né posso dire che, per il momento, la stiamo usando per il bene comune.
Il clima è diventato amministrazione ordinaria
Per anni la crisi climatica è stata raccontata con fotografie di ghiacciai, grafici proiettati al 2050 e scenari abbastanza lontani da poter essere rimandati. Adesso il 2050 è sceso dalle presentazioni ed è entrato nei regolamenti edilizi, nei piani contro il caldo, nella disponibilità d'acqua, nelle colture, nei premi assicurativi, nella manutenzione delle città e nelle migrazioni.
Mitigazione e adattamento restano entrambi necessari. Alcuni danni sono già presenti; altri dipendono ancora da quanto saremo capaci di ridurre le emissioni e cambiare infrastrutture, consumi e politiche. Un'opera pubblica progettata come se il clima del Novecento fosse ancora la normalità è già un'opera progettata male.
La domanda di Wired non è stata superata. È diventata un criterio con cui giudicare bilanci pubblici, opere, aziende e governi.
La sorveglianza continua a presentarsi come un servizio
La frase "non ho nulla da nascondere" resiste perché trasforma la privacy in un problema di colpa individuale. La sorveglianza contemporanea, però, raramente entra dalla porta con una divisa: arriva come accesso rapido, sconto, geolocalizzazione o servizio personalizzato. I dati non servono soltanto a scoprire un (eventuale) segreto: servono a classificare, prevedere, escludere, indirizzare prezzi, contenuti, opportunità e controlli.
Il punto non è rifiutare ogni tecnologia che raccoglie informazioni. Sarebbe impraticabile e, in molti casi, inutile. Il punto è sapere che cosa viene raccolto, per quale scopo, per quanto tempo, con quali possibilità di correzione e con quali conseguenze per chi non accetta. Una scelta è davvero libera soltanto quando dire di no non significa essere espulsi dalla vita ordinaria.
Wired chiedeva se avessimo finalmente capito che il controllo riguarda tutti. Che posso dire, in due parole prima di dedicare magari un longform a questo tema? Non rispondendo esattamente alla domanda, ma traendone spunto, posso dire solo che quando un servizio è necessario per lavorare, studiare, curarsi o partecipare alla vita pubblica, il consenso alla raccolta di dati non indispensabili non è una scelta libera: è un pedaggio imposto all'accesso.
La fiducia nella scienza non si ricostruisce chiedendo fede
Durante le emergenze abbiamo spesso raccontato la scienza come se dovesse fornire risposte immediate, uniformi e definitive. Poi, quando un dato veniva aggiornato, un'ipotesi corretta o una raccomandazione modificata, qualcuno indicava il cambiamento come prova di inaffidabilità.
Ma un articolo scientifico non è una sentenza e una revisione non è automaticamente un fallimento. La ricerca procede attraverso risultati parziali, controlli, repliche, conflitti di interpretazione e correzioni. Comunicarla bene richiede di spiegare anche i margini di incertezza, senza usarli come scusa per mettere sullo stesso piano una prova solida e un'opinione improvvisata.
La fiducia non tornerà grazie a uno slogan in difesa della scienza. Tornerà, dove tornerà, quando istituzioni, ricercatori e giornalisti renderanno leggibili sia le evidenze sia i limiti delle evidenze.
Sulla Luna non stiamo tornando da innocenti
"Abbiamo messo radici sulla Luna?" chiedeva la lettera. Nel 2026 la risposta è ancora no. Ma la Luna è tornata dentro programmi nazionali, investimenti privati, progetti scientifici e strategie geopolitiche. Non è più soltanto il luogo simbolico della bandiera e dell'impronta: è un possibile laboratorio, un'infrastruttura, una tappa logistica e un terreno su cui potenze e imprese stanno già cercando di assicurarsi una posizione.
Qui la domanda interessante non è soltanto quando arriverà il prossimo equipaggio. È quali regole porteremo con noi, chi potrà accedere alle risorse e se la cooperazione riuscirà a sopravvivere alla competizione terrestre.
E il discorso non è circoscritto alla Luna, ma riguarda tutto lo spazio. Però scrivere qualcosa sul "tornare nello spazio" non avrebbe senso: nello spazio ci siamo già, con satelliti, sonde, stazioni e servizi da cui dipende una parte crescente della vita sulla Terra. Stiamo proprio cercando di tornare sulla Luna, ma non era questo che l'editoriale d'addio chiedeva; chiedeva se vi abbiamo messo radici. No, per il momento, ma possiamo essere certi che lo faremo. E lo faremo portandoci dietro istituzioni, interessi economici e conflitti che non spariscono oltre l'atmosfera.
Una risposta non basta, e forse è un bene
Ridurre ciascuna domanda a una formula di poche parole sarebbe rassicurante: la privacy da allenare esercitandola come fosse un muscolo, la scienza vista semplicemente come un processo, il clima gestito come un progetto, l'AI etichettata come infrastruttura di potere. Sono immagini che possono contenere una parte di verità, ma tutte insieme fanno sembrare il mondo più ordinato di quanto sia in realtà.
Questo articolo non chiuderà le domande dell'ultimo editoriale: le userà come indice.
E lo Scriptorium, mentre raccoglie quelle domande, non può restare immobile! La forma con cui l'ho aperto al pubblico è la più onesta che riuscivo a dargli con ciò che avevo compreso in quel momento, ma se cambieranno le domande, gli strumenti o ciò che avrò imparato, potrà cambiare anche la forma. La continuità, per me, non sta nel restare identici: sta nel non smettere di riconoscere il filo che unisce le trasformazioni.
Da qui nasce oggi Cronache dal Futuro, la sezione dello Scriptorium dedicata a tecnologia, scienza, intelligenza artificiale, clima, spazio, diritti digitali e cultura tecnologica. Non sarà una raccolta di pensieri astratti sul domani, ma di articoli corposi (i longform che Wired, appunto, ci ha fatto amare), con fatti e fonti, un contesto e infine la domanda che spesso resta fuori dalla cronaca rapida: che cosa significa?
È qui che l'omaggio a Wired Italia può diventare qualcosa di più della nostalgia. Wired non si limitava a segnalare l'arrivo di uno strumento: quando era al suo meglio, mostrava il pezzo di società che quello strumento stava modificando.
Lo Scriptorium farà questo con mezzi molto più piccoli. Non ha una redazione, inviati, fotografi, grafici, podcast producer e una storia industriale alle spalle. Ha una persona (potete chiamarmi Armarius, se volete), un archivio, un metodo di lavoro e il tempo che io riuscirò a "sottrarre" al resto della vita. Fingere che Wired Italia e lo Scriptorium Aeternum siano la stessa cosa sarebbe ridicolo; usare questa semplice realtà come motivo per non cominciare neanche quest'avventura sarebbe troppo comodo.
Non pretendo che Scriptorium Aeternum sia il nuovo Wired, né potrebbe esserlo. Posso però provare a raccoglierne il testimone, continuando a prendere sul serio tutte le domande che la Redazione, chiudendo piano la porta, ci ha lasciato sul tavolo.
Raccogliere un testimone non significa possedere la corsa. Significa percorrerne un tratto senza lasciarlo cadere, sapendo che altri stanno correndo altrove e che, prima o poi, dovrà passare ancora di mano.
Buon viaggio
L'ultimo numero di Wired Italia parlava dell'Italia che verrà. L'ultimo editoriale si rivolgeva a chi sarebbe arrivato quando la redazione non ci fosse stata più. È difficile immaginare un congedo più coerente per una testata che aveva scelto come formula "Istruzioni per il futuro".
Quando ho scritto "buon viaggio" pensavo a loro. Dopo aver letto e riletto la lettera, mi sono accorto che il viaggio riguarda anche chi resta.
Non posso promettere risposte definitive e non voglio costruire un piccolo museo della nostalgia. Posso promettere che tornerò su quelle domande, una alla volta, con fatti, fonti e il tempo necessario per capire come le trasformazioni di cui parlano stanno cambiando le nostre vite.
Non raccolgo un marchio. Né voglio dare istruzioni a nessuno. Io raccolgo una domanda. E comincio da qui, con le mie "Cronache dal Futuro".
Fonti principali per il fact-check
^1: Roger Lynch, A Memo from CEO Roger Lynch: Brand and Technology Updates, Condé Nast, 16 aprile 2026
^2: Stefano Priolo, È in edicola l'ultimo numero di Wired Italia, dedicato ai leader italiani di domani, Wired Italia, 30 giugno 2026
^3: Luca Zorloni, Wired Italia chiude: lettera a chi non ci potrà più leggere, Wired Italia, 30 giugno 2026
Per la ricostruzione storica e le testimonianze interne: Gianmaria Tammaro, Wired Italia dall'inizio alla fine, Rivista Studio, 30 giugno 2026
Dove finisce il caos, inizia la chiarezza. Se sei arrivato fin qui, sai già che il feed non è che rumore. Io lo chiamo Veleno, ma non credere che sia un'esagerazione... infatti è anche peggio del veleno: il feed è una dipendenza che ti ruba la vita, una scimmia seduta sulla tua spalla che ti controlla, che ti usa.
Se vuoi pensare chiaro in un mondo confuso, insieme a me, puoi seguirmi dove il veleno non arriva:
- sul mio sito scriptoriumaeternum.net;
- oppure sul mio SubStack - Segni di Vita, dove potrai ascoltare la versione audio degli articoli.
E se preferisci pensieri brevi, da sessanta secondi alla volta, cerca i video dei miei Minuti di Lucidità sui social, su Telegram e su WhatsApp: iscrivendoti o seguendomi riceverai una notifica quando pubblicherò qualcosa, sarà molto comodo per non perdere i prossimi contenuti.
Il feed sparisce. Le parole restano. E ti cambiano da dentro.
Da bambino avevo un poster che diceva:
Non camminare davanti a me, potrei non seguirti; non camminare dietro di me, potrei non guidarti; cammina al mio fianco...
Quindi sì, seguimi. Ma camminiamo insieme.